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E enjte, 11 Qershor 2026

“Il lungo cammino verso la conoscenza.” 

 

 

Scritto da Artur Spanjolli.

Nel panorama dell’arte contemporanea, tra tanti altri artisti della generazione albanese postcomunista, artisti che abbandonarono la loro terra d’origine alla ricerca d’una alternativa migliore; ma soprattutto alla ricerca di una maggior apertura formativa, studiando nelle Accademie d’Italia e oltre, fanno parte anche i quattro artisti che prenderò in esame, Alfred Mirashi Milot, Armand Xhomo, Alkan Nallbani e Parlind Prelashi. Quasi coetanei, questi quattro artisti, e amici, ormai da decenni operano nel campo delle arti figurative. Partiti da lontano sia nel tempo e anche nello spazio, con volontà, passione, amore e ostinazione per il loro mestiere, hanno ormai creato dei profili di rilievo nel campo dell’arte figurativa.

 

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  1. Mirashi, originario di Milot, grazie ad una lunga ricerca individuale, tra chiavi distorte, angoli mediterranei, e inserimento di icone dell’arte sia greca che cinese, è riuscito non solo ad esprimersi meglio, ma anche a collocarsi energicamente nel panorama dell’arte contemporanea in Italia e all’estero. Sono sue le mega chiavi istallate nel sud Italia, e verranno installate anche in Cina. Nelle sue tele gli elementi e i simboli che rappresentano identità e luoghi identitari, riescono a racchiudere concetti ed esprimere idee molto originali.

 

 

May be art of 1 person

 

Armand Xhomo, un’altra personalità di spicco nel campo delle arti figurative, anche lui dopo una acuta indagine individuale decennale, ci ha regalato delle tele non solo bellissime esteticamente ma anche piene di un intrinseco significato spirituale ed emotivo. Le sue tematiche variano da quelle di carattere sociale, – simbologie di treni, edifici e grandi masi allegorici -, a quelle che alludono alla forza e alla virilità data attraverso i tori in vari contesti emblematici, finendo poi con gli innumerevoli nudi femminili. Icone simbolo, nudi che raffigurano e indagano non solo la sensualità e l’eros, ma la stessa psiche umana. E dove, secondo me, lui è riuscito a tirar fuori in maniera eccellente, anche il suo lato più intrinseco e profondo.

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Alkan Nallbani, pittore anche lui di origine albanese con un profilo artistico altamente consolidato da decenni, il quale conduce un approfondito studio sul rapporto intimo: spirito – esistenza nell’essere umano. Dipinge nude figure umane in movimento, personaggi inseriti quasi sempre in vergini contesti rurali. Nei suoi quadri, spiccano quasi incontaminati paesaggi e dinamiche figure solitarie, che diventano oggetto di meditazione e offrono spunti di riflessione. Soggetti spesso dediti alla malinconia, i quali, ricordano un mondo idilliaco irrecuperabile. È notevole nei suoi lavori, perfino un lieve richiamo biblico, e questo ciclo di quadri, è solamente una parte delle tematiche che gli interessano. Con valori cromatici contenuti e risparmiati, Nallbani si rivela un artista maturo che utilizza la tela come una sorta di monologo con sé stesso, dialogo con il mondo e riflessioni sull’esistenza. Dalle sue opere migliori, spesso traspare un espressionismo malinconico ed un ideale quasi di sapore celeste. Nallbani è un artista che si è misurato anche con l’astratto, come gioco cromatico espressionistico e come libero mezzo d’espressione, ma che ultimamente lo vediamo impegnato con una particolare attenzione a scottanti tematiche sociali del mondo odierno.

May be art of Parlind Prelashi

L’ultimo originale artista di cui cercherò di accennare le tematiche che lo caratterizzano, è Parlind Prelashi, anno di nascita 1971. Artista poliedrico, che oltre dipingere sulla tela, ha sperimentato anche le arti visive e la fotografia. Anche lui opera a Firenze, da ormai molti decenni. Apparso tempo fa nel mondo dell’arte, con video art, con fotografie manomesse e con quadri ad olio o istallazioni, e giocando con diverse simbologie ed allegorie, ha approfondito temi odierni e scottanti come i pregiudizi o le diversità. Ossessionato dallo scatto fotografico, Prelashi manipola sia le sue immagini fotografiche dando a loro nuova valenza visiva ed artistica, ma anche la natura stessa. Una natura dipinta scompostamente. A volte vedendola da angolature con un sapore cubista. Lui, grazie a manipolazioni di foto incollate “rozzamente” su superficie lisce, crea fratture e volumi, tentando mediante la sperimentazione, nuove forme espressive. Forme che mirano a creare aberrazioni visive che risaltano l’originalità e lo stile.

Questi artisti hanno riflettuto, osservato, meditato, lavorato per interi anni. Hanno esplorato e sviluppato concetti, cercando nuove frontiere nel campo dell’espressione artistica. Non hanno abbandonato il sogno di sempre di diventare artisti. Dopo anni di impegno, ognuno nella sua direzione, con modestia e tenacia è riuscito a far emergere la propria personalità artistica. Sono sempre rimasti fedeli alla tela, anche se questa fede comporta pericoli ostacoli non poco indifferenti. Pericoli di ripetizione, di cadere nel già visto, già fatto, già sperimentato da altri. Ma l’arte è e deve essere un’opportunità per tutti i talentuosi. Come l’anima umana è Unica, come il sentire umano è Unico e irripetibile, anche l’arte deve rimanere sempre Unica è insostituibile, prodotta essa da ogni artista in ogni epoca. Poco importa che tante correnti artistiche si sono sperimentate, tante strade si sono battute, e tanti generi artistici si sono consumati. Se un artista, ha cose da dire, se la sua personalità spicca allora bisogna che egli creda nella sua arte. Ogni artista, ogni epoca ha il suo linguaggio, anche se le strade percorse sono quelle. La tela rimane sempre la stessa. Nonostante le nuove correnti concettuali, le istallazioni e varie forme alternative, la tela non si abbandonerà mai. Nel ragionamento sopracitato ritrovo il concetto del famoso racconto di Borghes: “Pier Menard, l’autore di Chisciote”. Due cose identiche dette, (scritte, dipinte) in epoche diverse assumono significati totalmente diversi.

A.M. Milot. si è affacciato sulla scena artistica negli anni Novanta quando vinse un premio importante a Londra. In quel periodo studiava a Brera.  Questo artista ha maturato il suo concetto di fare arte in un percorso di crescita artistica. Crescita anche grazie allo scambio con mondi lontani, come quelli d’oltre continente. All’inizio, abbiamo visto Milot impegnato con le mostre personali sia al Maschio Angioino, anche a Roma, Firenze, Milano, Torino ecc. Esposizioni in cui si è presentato sempre degnamente. Seguendolo nel tempo, ho notato nella prima fase dell’opera di Milot, una ostinata ricerca attraverso i dettagli. Particolari dove spiccava bene la sua origine e identità. Dettagli messi sulla tela e presi dal mondo greco, e inseriti in un contesto mediterraneo.

May be art

Volti di conosciute icone di marmo in cui Milot, riempendo le sue tele, con colori uniformi e dinamici, inseriva elementi ellenici di matrice puramente mediterranea. Poi, dopo i contati con il mondo mandarino, immerso nella grande arte cinese, ho visto che arricchiva i suoi quadri anche con elementi di questa grande cultura. Cominciò quindi a inserire nelle sue tele simboli e sculture dell’arte cinese, segno anche di apertura verso una grande cultura. Un mondo immenso fatto di simboli esperienza millenaria e di scambi culturali. Ed è di questo periodo anche l’idea della chiave. All’inizio, dipingeva nelle tele chiavi dritte, ma dopo, scontento, cominciò a distorcerle volutamente, dando così all’oggetto una nuova valenza simbolica. Di quest’emblema potente, Mirashi, a poco a poco, ne fà un’icona. Lo fa diventare uno status artistico. E quindi, la chiave verrà riproposta come idea SIMBOLO, ovunque. Chiavi che a poco a poco collocava nei suoi tritici dagli sgargianti colori astrati, aggiungendo frammenti di maschere greche, volti mandarini, porte e frammenti di sculture dipinte. Milot, crede di aver trovato con la chiave, una simbologia potente. Simbolo, che l’idea della torsione, lo arricchisce ancora di significato. Le chiavi contorte vogliono accentuare l’idea della loro inutilità. Per Milot, “le porte” delle nazioni, dei popoli, dei paesi, devono essere sempre aperte, senza frontiere, senza barriere, specialmente nel mondo di oggi. Un mondo globalizzato, ma anche martoriato da flussi migratori, guerre e spostamenti continui di popoli. Alfred vede nelle chiavi distorte, l’idea del futuro stesso dell’umanità. Così nutre la speranza per un mondo aperto, senza razzismi, senza pregiudizi e aperto mentalmente. Un’mondo che offre opportunità a tutti. Quindi, ormai da più di dieci anni, vediamo come l’artista Milot, ripropone questo potente simbolo, sia con le sue installazioni mastodontiche realizzate in acciaio e altri materiali flessibili e saldabili, ma anche nelle sue tele. A volte mischia tutt’e due i generi, o colora le chiavi come quella collocata nel Leccese. Enorme e sontuosa è invece la chiave in acciaio, opera realizzata e collocata in una piazza a Cervinara. Ed è doveroso parlare anche della sua chiave in gesso. Un’opera di sapore religioso in cui la torsione di essa segue le forme della Sedia Papale. Poltrona che simboleggia la chiave stessa di San Pietro. Elemento potente in cui lui non solo ci crede, ma lo inserisce in tutte le sue infinite varianti contorte. In quadri e in istallazioni. Facendo di essa, l’allegoria della speranza stessa per un mondo senza frontiere. Milot, dopo aver digerito le opere dei migliori artisti contemporanei, si è staccato con coraggio, trovando e consolidandosi in una sua vera e propria strada. Personalità e coraggio, spiccano nelle sue opere.

Un’altra grande personalità nel mondo dell’arti figurative, di questa generazione, è Armand Xhomo. Questo artista, classe 1965 originario di Lushnje, Albania, il quale non solo crede nel potere sintetico e indagatore che la pittura fa all’animo umano, ma ha fatto dell’arte la sua vera e propria ragione di vita. Profondo e meditativo, raffinato e irruento nel dipingere, ma nello stesso tempo anche estremamente fresco e piacevole nelle sue pennellate energiche. Un pittore dai colori vibranti, luminosi, dal segno a volte rabbioso, a volte astrato, a volte di una delicatezza e brillantezza armoniosa, ma sempre incisivo e maturo. Xhomo, non ha mai smesso di approfondire le sue indagini interiori sulla triste e greve condizione umana. Dopo la sua felice attività di scenografo a Tirana, fine anni Ottanta, vediamo Xhomo spostarsi prima a Certaldo, poi a Firenze. Ed è qui, che verso i duemila, la vena creativa di Xhomo, diventa sempre più profonda, grazie a una ricerca sia esteriore (nella forma), altrettanto anche interiore, (nello spirito, anima, e nel mondo dei sentimenti). E questo si riflette bene nei suoi deliziosi quadri di un forte impatto visivo. Nella prima fase della sua produzione artistica, vediamo coinvolto Xhomo in una ricerca a fini creativi sulla società, sul senso della vita e sul peso di essa, (cito qui le pietre sulle teste delle sue figure). Una ricerca che si amplifica con le sue riflessioni sullo scorrere del tempo (i treni nelle stazioni), sulla forza virile; sull’energia maschile (mi riferisco al ciclo dei tori), sulla sensualità e sull’erotismo, (i nudi). Per arrivare fino a tematiche più sublimi e profonde come quella della fede e della speranza divina. Tematica sviluppata in modo magistrale nel quadro in cui viene rappresentato il Cristo crocifisso. come nella tela presso la chiesa di San Patrizio a Washington: “Le scale dell’eternità!” Artista dai colori luminosi e dalla pennellata monumentale, Xhomo nei suoi quadri viene con una complessità espressiva veramente da approfondire in ogni senso. Sia nella forma, delicata, raffinata, con sfumature dai colori puliti e luminosi, ma anche nel contenuto stesso dei suoi quadri. Contenuti carichi di messaggi da decifrare. Messaggi quasi subliminali. Spesso delicato e poetico, ma altrettanto aggressivo e dominante, con i suoi volumi monumentali, Xhomo ha sempre da dire qualcosa.

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Dotato di grande cultura e preparazione professionale, nei suoi quadri irradia uno spirito puro, fatto spesso di sentimenti violenti e dominanti, ma capace anche di entrare nel delicato universo femminile. Una sensualità che è poi universale. Un femminile, preso in esame con la perizia di uno psicologo, un femminile che si trova in ogni anima umana. I suoi nudi dietro persiane semichiuse sono assorti e sprofondati in una ignavia quasi depressiva. Nudi collocati in un mondo senza più polso, sempre in attesa di qualcosa, che ci regalano però scene e situazioni dipinte di un forte impatto emotivo ed emozionale. Negli ultimi lavori di Xhomo, grazie ad un ciclo di nudi, soffermandosi sull’erotismo, la sensualità e il piacere, è una occasione per l’artista a indagare meglio le pieghe più profonde della stessa personalità umana. Quelli legati alla sfera sensuale. Tematiche espresse con tutte le sfumature, il desiderio e le contradizioni dell’animo umano. Xhomo è un artista che realizza il lavoro dopo una lunga elaborazione mentale, facendo una ricerca raffinata nel suo laboratorio creativo, esprimendosi attraverso simbologie, figure e linee, dando in pasto a noi, alla fine, solo l’essenziale. E qui, l’essenziale si fa regina. Nei suo magnifici quadri, non solo stupisce la freschezza, la forza cromatica e la composizione grafica dei colori e delle figure, ma prima di tutto, bisogna che il critico futuro conduca sempre delle ricerche approfondite di fronte ad un suo quadro. Xhomo dice sempre qualcosa, anche lì dove a prima vista notiamo solo colori e forme prive di significato filosofico. Un piatto rotto, un aquario, un volto che non si mostra, un numero, una pietra sopra il capo, un bicchiere di vino abbandonato; una maschera, un treno scassato, tori che si scontrano, ogni elemento inserito nelle sue tele, ha in verità un significato nascosto. La sua opera, racchiusa in questa sorta di ermetismo simbolico, più si approfondisce e tanto più assume peso e contenuto. Profondo o aggressivo, sentimentale o violento, malinconico o meditativo, nei quadri di Xhomo si percepisce l’irradiazione di una bellissima energia tradotta in valori cromatici luminosi. Per il suo forte impatto visivo, Xhomo a mio avviso è un artista che stupisce sempre.

Alkan Nallbani, classe 1971. Originario di Berat, Albania, dopo la Laurea nell’Academia Albanese a Tirana, Nallbani si trasferisce a Firenze, dove cerca di trovare il tempo giusto da dedicare alla pittura. A Firenze, negli anni Novanta conducendo una vita precaria, trova il tempo per dipingere Il ciclo dei “Nudi in fuga”, reminiscenze dell’grande tema della migrazione. Ma solo anni più tardi, quando si stabilisce con la famiglia a New York, in cui esercita l’insegnamento in una scuola d’arte, Nallbani trova la stabilità, il tempo e l’aggio giusto per esprimere meglio la sua vena creativa. Ormai una sorgente creativa interiore che ha raggiunto la sua maturità e pienezza espressiva. Artista dalle pennellate delicate e meditative, i lavori di Nallbani svegliano le emozioni della memoria.  Se Milot gioca la sua carta sulla potenza simbolica della chiave, se Xhomo dà peso e robustezza alle sue tele indagando la psiche e la condizione solitaria dell’essere umano, Nallbani invece è il poeta dei paesaggi dell’anima.  Nei suoi quadri, traspira una malinconia quasi senza tempo. La calma quasi idilliaca del non succedere. Le sue figure in movimento, uno, massimo due, si muovono come in un mondo primordiale, oppure in un mondo della memoria, e perduto per sempre. I quadri del ciclo: “Nudi in cammino in un paesaggio rurale!”, trasmettono serenità e armonia, amore e equilibrio. Ma Nallbani ci conduce con i suoi colori, con le sue figure anche alla placida meditazione, come puro piacere dei sensi. Sono paesaggi quasi ameni in un mondo primordiale, (pare di essere Adamo ed Eva) in cui la nostalgia per il paradiso perduto, (poema di Milton), ci stuzzica la meditazione e ci tocca quella sfera della memoria arcaica che non sa più svegliarsi. Le sue figure sembrano di non essere più in grado a trovare quell’armonia smarrita, anteriore al peccato originale.

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Questo artista con una conoscenza profonda della tecnica, divagando nella corrente dell’espressionismo, riesce a incuriosire lo spettatore e inchioda con le sue atmosfere oniriche. Se è vero che il pittore, nei suoi quadri dipinge il sé interiore, sembra che Nallbani possieda una serenità, una malinconia ed un senso meditativo molto singolare. E questo traspare dalle sue composizioni.

Nell’ultimo ciclo di dipinti, vediamo invece che l’artista si impegna molto. Più coinvolto a militare con il pennello nelle tragedie umanitarie odierne. Migrazione, carestie, terremoti, incendi, sono tutte tematiche trattate da lui. Tematiche che hanno lo spirito sano e collaborativo di un artista con coscienza pure ecologica. Come se Nallbani, volesse metterci in allerta e denunciare le colpe dell’uomo contemporaneo. Nel ciclo dei quadri: “War & Disasters”, traspare bene questo suo impegno, la sua tensione esistenziale, la sua inquietudine civile. Nelle sue ultime opere l’artista si muove con un nuovo linguaggio più irrequieto, più denunciatore. Lui non vuole stare indifferente di fronte alle catastrofi che minacciano il mondo di oggi e quello futuro. Mette in risalto questo dipingendo oggetti infiammati in sfondi scuri e cupi, edifici, macchine e negozi che si incendiano, come divorati da fiamme mitologiche, in un mondo immerso nel caos.  Tutto presagisce una fragilità in bilico, difficile da tenere in equilibrio. Questi annunci cassandrici mostrano non solo una crescita morale e civile, ma specialmente un vivo desiderio di essere partecipe nel caos quotidiano. Artista raffinatissimo, dalle pennellate ricche di valori cromatici, spesso anche nevrasteniche, Nallbani ha creato una sua individualità. Un suo profilo artistico, uno stile singolare nel panorama universale della pittura contemporanea.

Parlind Prelashi. Nato a Lezhë, Albania, nel 1971, dopo il liceo artistico a Scutari, Prelashi si trasferisce prima ad Atene, poi a Firenze dove risiede ed opera tutt’ora. Conducendo una ricerca estremamente sua da autodidatta, Prelashi, fin dai suoi inizi ha mostrato una predisposizione per la fotografia e per il cinema. Senza mai abbandonare la tela e le altre tecniche come l’acquerello e l’incisione, lui, dopo aver terminato a Firenze, “La scuola nazionale di cinema indipendente!”, si cimenta nel cortometraggio. Infatti, sono di notevolissimo valore i suoi corti “Con Titolo 3/6/, Blackout ecc. Genere in cui l’artista si trova a suo agio. Amante dei mezzi alternativi, sono del suo primo periodo anche i cicli delle foto scattate ai tronchi. Cortecce d’alberi che creano forme e figure astratte. Con il passar del tempo, Prelashi elabora ulteriormente il suo pensiero e il suo concetto artistico. Quindi si avvicina a delle tematiche più attuali. Ad un certo punto, decide di coprire le sue figure fotografate. Figure messe in differenti scenari quotidiani come intorno al tavolo, sull’erba, in cammino ecc.

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Prelashi comincia a denunciare, grazie ai suoi scatti fotografici, i pregiudizi, gli stereotipi e la chiusura mentale di ogni società fanatica ed ottusa. Ed è questa la ragione che Prelashi copre integralmente i suoi soggetti.  Raccontando e “punzecchiando” grazie ad una sottile ironia, l’artista fa dell’obiettivo della sua camera, un oggetto di critica acuta, un osservatore di forti problemi sociali. Le sue figure velate ed immortalate negli scatti, diventano il qualunque, l’altro, il qualsiasi, universalizzando così l’essere umano. Se suo collega amico Milot ha puntato giocando con il simbolo della chiave in disuso, a scopo di auspicare un mondo più libero; Prelashi, velando integralmente i suoi soggetti in carne ed ossa, auspica un mondo liberato dai pregiudizi in cui l’individuo fotografato diventa il “qualunque”. Quindi diventa semplicemente l’essere umano. Un essere umano estraneo a pregiudizi, preconcetti e razzismi. Prelashi, soffermandosi su questa idea, – come il suo collega Milot ha fatto con la chiave-, l’ha sviluppata in seguito in una serie di quadri ad olio di grandi e piccole dimensioni. Sono quadri fatti ad olio in cui, Prelashi, giocando con la luce e le forme, ha realizzato un intero ciclo anche di dimensioni sproporzionate. Pittore che cura meticolosamente il dettaglio, Prelashi, dopo aver divagato a lungo nella curiosa “palude” dell’astrattismo, divertendosi con i volumi che si inseguono nel loro gioco apparentemente senza senso; curioso e godibile, ha perfezionato il suo concetto nel fare pittura. Quindi realizza poi una serie di nudi. Nudi, a mio avviso di matrice cubista per via delle forme volutamente deformate. Amante delle tonalità viola, ocra e rosa, l’artista si diverte a fare autoironia chiamando i suoi quadri (Senza titolo, 1/2, Con titolo, 1/ 2/ 3/ ecc).  Ma la sua, è un’autoironia in cui traspare, si filtra, si evidenzia una ostinata ricerca della forma curata a volte all’impossibile, per creare anche lui, un singolare impatto visivo.

Ho fatto così una panoramica comparativa di questi quattro artisti, che da decenni operano nello scenario dell’arte contemporanea. In cui traspaiono chiaramente le loro tematiche e singolarità. .Milot e Prelashi giocando con simbologie, invece Xhomo e Nallbani entrando nelle pieghe  dell’inconscio. Chiudo questa rapida osservazione su questi quattro artisti, augurando a loro buon proseguimento nello straordinario e faticoso mondo dell’arte.

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